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Cenni


La Geografia, la storia
Il nome, l'economia i personaggi
Le feste, le ricorrenze, costume e tradizioni
La gastronomia
Piccola antologia
Itinerari

 

La geografia, la storia

Adagiato alle pendici meridionali della catena del Limbara, che nel territorio di Berchidda raggiunge i1362 metri con Punta Sa Berritta, e protetto dalle sue granitiche alture, il paese, che ha la forma di una mezzaluna, degrada dolcemente verso occidente sino ad abbracciare la pianura percorsa dal fiume Silvani, che porta le sue acque nel bacino artificiale del Coghinas. Lungo la vallata, in direzione ovest-est, il territorio comunale, è attraversato dalla Statale 597 e dalla ferrovia Cagliari-Olbia. Diverse sono le vie di comunicazione che dalle campagne si dirigono verso il centro abitato.
Il luogo offre al visitatore particolari aspetti paesaggistici, di indubbio interesse naturalistico: rocce modellate dal tempo e dal lavoro, boschi di querce e lecci secolari, ampi e moderni vigneti, sorgenti e cascatelle d’acqua che precipitano a valle dalle montagne retrostanti e che, a primavera, sono l’unica sinfonia che accompagna la passeggiata di chi ama confondersi con le bellezze naturali.
Gli abitanti registrati nel censimento del 2011 sono 2899.
Il centro abitato, esteso per 35 ettari, è situato a un’altitudine media di 300 metri s.l.m. Il territorio, che si estende per 201,88 kmq, è caratterizzato da terreni e rocce di origine eruttiva del Paleozoico. La tipologia del rilievo è quella granitica, affascinante soprattutto per i massi scavati che formano vere e proprie grotte, utilizzate in diverse epoche come sepolture, abitazioni, ricoveri per animali. Le condizioni climatiche sono quelle delle zone interne sarde, con temperature medie di 15°. Un’influenza importante sul clima è data dal lago Coghinas, che aumenta l’umidità della zona, tanto che in alcune parti dell’anno si hanno fitte coltri di nebbia.
A 4 km dal centro abitato, a nord, sorge l’area demaniale del Monte Limbara, curatissima e accogliente, dove i corbezzoli, i mirti, i lentischi e i ginepri sono protagonisti dell’ambiente insieme ad alberi e arbusti impiantati in questi ultimi decenni. Di particolare interesse naturalistico il “Giardino delle farfalle”. Questo sito è diventato da qualche anno un teatro all’aperto in occasione della rassegna Time in Jazz. Qui i musicisti provenienti da diverse parti del mondo si confrontano con le loro esperienze musicali e improvvisano, sollecitati dal silenzio e dalla bellezza di anfratti naturali e boschi, nuove creazioni, sempre singolari e gradite al pubblico.
Il tessuto urbanistico di Berchidda, situato a ridosso delle alture di Monte Ruinas e Sant’Alvara, è molto mutato in questi ultimi anni, ma il centro storico conserva l’aspetto di un tempo: vie e vicoletti si alternano tra facciate di granito dalle piccole finestre e balconcini, ristrutturati recentemente con sobrietà e grande rispetto per il passato. Al XVII secolo risale la chiesetta del Rosario, a una sola navata e dalla semplice facciata sulla quale spicca una bifora; sul tetto si erge una torretta con una piccola campana. Attigua alla chiesetta la parrocchiale, dedicata a San Sebastiano, interamente ricostruita negli anni Settanta del Novecento, che custodisce al suo interno un altare ligneo policromo barocco, recentemente restaurato, risalente alla prima metà del Settecento. Di particolare interesse artistico anche il bassorilievo di Gavino Tilocca che rappresenta la Via Crucis.
La Storia
Numerosi dolmen, domus de janas, tombe di giganti, tafoni, nuraghi, strutture difensive megalitiche come quella di Pedriscalas e S’Iscala Serrada, attestano la presenza dell’uomo nella regione sin dal Neolitico. Ancora, le fortificazioni di Monte Acuto, Giolzia e Terramala, e i miliari rinvenuti confermano che la zona fu importante area di transito e sempre abitata da popolazioni le cui attività preponderanti erano l’agricoltura e la pastorizia. Scarse sono le notizie relative alla presenza punica nel territorio, anche se il ritrovamento a sud del paese, in località Zonza, di alcune monete testimonia i rapporti commerciali con i Punici che frequentavano l’area olbiese.
Quando la Sardegna divenne romana (secoli III-II a.C.) i rapporti con i nuovi arrivati furono conflittuali dal momento che, mentre alcuni gruppi si assoggettarono, altri preferirono la libertà e si rifugiarono sulle montagne, dedicandosi soprattutto all’allevamento di capre.  Un cippo ritrovato lungo un corso d’acqua presso San Salvatore di Nulvara attesta il confine tra le popolazioni romanizzate e quelle ribelli, i Balari.
L’intera zona era attraversata dalla strada romana Olbia-Turris Libisonis (l’odierna Porto Torres). Qualche decennio fa, lungo il letto del fiume Silvani, sono venute alla luce tracce del ponte e della carreggiata. Interessante, dal punto di vista storico e numismatico, il ritrovamento nel 1918 a sud-est del paese, in località Sa Contrizzola, di un tesoretto: comprendeva 1198 monete romane di età repubblicana, datate tra il 268 e l’82 a.C., conservate oggi nel Museo Archeologico di Sassari. Si è ipotizzato che costituisse il frutto di un furto subito da un ufficiale pagatore dell’esercito romano ad opera di un balaro che, braccato dai romani, interrò il bottino e non ebbe più la possibilità di recuperarlo.
Poco si sa del periodo bizantino (secoli VI-X), a parte qualche toponimo; la popolazione si era distribuita in diversi villaggi tra i quali Berchidda, presso il Monte Ruinas, San Salvatore di Nulvara, Resteblas e forse Golomei.
Dopo l’anno 1000 la zona ricoprì un ruolo importante tanto che il castello di Monte Acuto, di cui oggi rimangono tracce di fortificazione, una cisterna e alcune fondamenta, divenne punto di incontro per attività non solo politiche e commerciali, ma anche militari.
Nei secoli XII e XIII la regione e il castello furono contesi tra Pisani e Genovesi, perché snodi strategici tra Logudoro e Gallura e centro di produzione cerealicola. Nel XIV secolo il territorio fu conteso tra i Catalani e il giudicato d’Arborea, al quale Berchidda appartenne per un lungo periodo. Infine, quando i Catalani, nel secolo XV, ebbero il controllo di tutta l’isola, il territorio di Berchidda fu infeudato a Bernardo De Centelles.
Con la dominazione catalana e spagnola (secoli XV-XVIII) la regione, come tutta l’isola, subì una grave crisi sociale ed economica. A questo periodo, in occasione della peste del 1652, si fa risalire lo spostamento dell’abitato da Monte Ruinas all’attuale sede. Entrò in crisi anche il culto di San Sisto e venne introdotto quello di San Sebastiano, attuale patrono del paese, perché ritenuto capace di una protezione più efficace contro il terribile morbo.
Il successivo dominio sabaudo trasformò in parte la vita delle popolazioni. I documenti relativi a questo periodo storico e relazioni come quella dell’Angius ci riferiscono che gli abitanti (883) erano dediti ad attività agro-pastorali fiorenti, ma vessati ancora da esazioni feudali molto gravose.
I principali problemi che emersero nella prima metà dell’Ottocento furono quelli legati al feudalesimo, istituzione ormai anacronistica, della quale era matura l’abolizione. Tappa fondamentale fu l’Editto delle chiudende, che incoraggiava la chiusura dei terreni non soggetti a servitù di pascolo, assegnando così diritti di proprietà. Come si verificò in molte realtà, anche a Berchidda i benestanti riuscirono ad impossessarsi a scapito dei più deboli di grandi latifondi. Questo è anche il periodo che segna la nascita dei contrasti con i paesi di Oschiri e di Monti per il possesso delle terre (sono raccontati nella Cronaca di cui si parla nella “Piccola antologia”).
Un momento importante dal punto di vista economico fu la costruzione, negli anni Settanta dell’Ottocento, della tratta ferroviaria Chilivani-Olbia, che passa a due chilometri dal paese.
Nel 1913 nacque, grazie all’interessamento di un gruppo di notabili tra i quali Pietro Casu, la banda musicale intitolata a Bernardo De Muro, famoso tenore del tempo che orgogliosamente ha festeggiato i suoi cento anni di vita.
I primi decenni del secolo furono anni nei quali molti cercarono un miglioramento sociale ed economico partendo per l’America: lasciarono il paese oltre 200 emigranti.
La partecipazione dei berchiddesi alla prima guerra mondiale è ricordata dal Monumento ai Caduti, eretto nel 1922 a fianco della chiesa parrocchiale.
Nel Ventennio fascista aumentò la produzione del grano sia tenero che duro, tanto che nel 1938 il paese ricevette un premio da Mussolini. Intanto le donne berchiddesi si impegnavano nella produzione dell’orbace, molto richiesto dal regime. Nel 1935 re Vittorio Emanuele III concesse a Berchidda lo stemma che reca la scritta latina «Salverò la fedeltà e la stirpe» e comprende le immagini di un aquilotto del Limbara, del paesaggio collinare e del castello di Monte Acuto.
Così come era accaduto per la prima guerra mondiale, anche la seconda segnò per il paese la perdita di numerose vite umane.
Gli anni seguenti videro un folto numero di berchiddesi emigrare alla volta della Penisola e dell’Europa. Ma fu anche il periodo in cui si svilupparono diverse esperienze legate al modello cooperativistico. Sorsero allora importanti attività nel settore lattiero-caseario, vitivinicolo, olivicolo; gli allevatori locali furono tra i primi nell’isola a credere nella selezione del bestiame soprattutto ovino. A questo proposito costituisce ancora oggi un appuntamento importante per gli operatori del settore la tradizionale fiera ovina che si svolge a maggio. Nel 1999 è stato aperto, ai piedi del colle di Sant’Alvara, il Museo del Vino-Enoteca Regionale.
Lungo il percorso didattico, che costituisce uno dei punti forti della struttura, vengono fornite informazioni sulla storia dei vitigni in Sardegna e si possono vedere gli attrezzi da lavoro per la coltura, la lavorazione e l’imbottigliamento dei vini.
L’illustrazione materiale è supportata da un sistema multimediale che, con software e immagini virtuali, descrive le realtà enologiche del territorio e dell’intera isola. Nella struttura è presente anche un’area destinata alla degustazione e alla vendita dei vini.


Il nome, l’economia, i personaggi

Il pergolato e la quercia
Secondo antiche e un po’ fantasiose interpretazioni il nome Berchidda deriverebbe dal sumero er-chidda che significa “trattenere il pianto”, a indicare che il territorio era abitato da gente coraggiosa che non piangeva mai; per altri il termine potrebbe risalire all’assiro beri, “sorgente”; o addirittura al tedesco berg, “montagna”. Più attendibile l’ipotesi di un legame col latino pergula, che farebbe riferimento alla coltivazione della vite.
Gli studiosi moderni propendono tuttavia per un’etimologia connessa al latino quercus + illa, ossia “quercia piccola”.
L’attestazione più antica del toponimo risale al XIV secolo (Rationes Decimarum), nelle forme poi abbandonate di Berquilla e Vriquilla.
 
Il latte, il vino, il sughero
L’economia di Berchidda si basa principalmente sulla pastorizia, con aziende a conduzione familiare, e sulla viticoltura, da cui si ottengono vini pregiati, tra i quali il vermentino. In questi ultimi anni sono stati impiantati anche numerosi oliveti che producono olio di ottima qualità. Altra risorsa viene dallo sfruttamento delle sugherete, cui si lega l’attività di alcuni sugherifici.
Il latte prodotto viene lavorato solo in parte in loco da caseifici privati; il resto confluisce in grandi aziende regionali.
Hanno poi raggiunto una discreta notorietà prodotti tipici quali dolci, liquori, miele, marmellate, insaccati, carni, pasta fresca. Particolarmente attivi sono gli artigiani che lavorano il legno, il ferro, l’alluminio e il sughero.
Importanti passi sono stati fatti in questi ultimi decenni per quanto concerne l’accoglienza. Nella pineta alle spalle del paese è sorta una struttura ricettiva su un panorama mozzafiato.
All’ingresso del paese lo spazio nato per allestire la mostra mercato. degli ovini è diventato un ampio camping che ospita, nel mese di agosto, i numerosi appassionati di jazz. Da ricordare il nuovo campo sportivo, dal prato sempre curato, dotato di ottima illuminazione, di pista per atletica e attiguo campo da tennis. Ospita le squadre del campionato nel quale milita il Berchidda, ma viene utilizzato anche per allenamenti ed esibizioni di società importanti come Olbia, Torres e a volte Cagliari.
È nato anche un piccolo teatro che si affaccia sulla piazza principale; sulla stessa è situata la biblioteca comunale dotata di moderne attrezzature e spazi per i piccoli lettori, e in continua crescita per quanto riguarda il patrimonio librario, già ricchissimo.
Da segnalare il Centro polifunzionale Laber per lo spettacolo e le arti visive, musicali e performative. Per gli anziani, provenienti anche da altri centri, è attiva la casa Maria Bambina, di proprietà della parrocchia: una struttura moderna, luminosa, accogliente, confortevole.
Dalla poesia sarda al jazz
Francesco Alvaro Mannu fu un improvvisatore vissuto a cavallo tra Seicento e Settecento (1680-1745): conosciuto come su cantadore de Berchidda, era celebre in buona parte dell’isola. Di lui parla, oltre la Cronaca dell’Ottocento, lo studioso Giovanni Spano, che ne riporta i versi nella sua raccolta di canzoni popolari sarde. Il resto della produzione è tramandata per via orale. La sua attività principale era quella di girare di paese in paese confrontandosi in rima con altri improvvisatori durante le feste e i banchetti. Ne nascevano gare di abilità dialettica che permettevano a Franziscalvaru di primeggiare per l’originalità dei temi, gli accenti pungenti e ancor di più per la sua satira che colpiva chi non gli andava a genio con toni spesso infamanti.
La figura di Pietro Casu, nota per l’attività che svolse nella prima metà del XX secolo, rappresenta il simbolo della cultura berchiddese. Nato nel 1878 da famiglia modesta e numerosa, fu avviato agli studi teologici; divenne sacerdote nel 1901 e dal 1912 fu parroco di Berchidda, dove trascorse il resto della vita. Fu studioso poliedrico e si dedicò con passione all’oratoria sacra nella quale raggiunse notevole fama; rimane una raccolta delle sue Preigas, in sonante logudorese. Tra le sue molteplici attività quella di narratore: il più famoso dei suoi romanzi è Notte Sarda che, pubblicato nel 1910, fu tradotto anche in tedesco. Grazia Deledda lo definì «un profondo conoscitore dell’anima dei suoi compaesani». Tradusse in sardo la Divina Commedia e I Sepolcri di Ugo Foscolo. Note e cantate ancora oggi in tutta l’isola le Pastorali. Contemporaneamente si dedicò alla stesura del Vocabolario in logudorese, costituito da più di 35.000 voci, che donò alla Regione Sarda perché ne curasse la pubblicazione: il suo desiderio si è realizzato nel 2002. Grazie alla grande passione per la lingua sarda entrò tra l’altro in contatto, e collaborò attivamente, col glottologo tedesco Max Leopold Wagner. Fu anche autore di poesie in lingua sarda, che gli fruttarono tra l’altro, nel 1950, un premio intitolato alla Deledda. Morì a Berchidda il 20 gennaio 1954, giorno della festività del patrono San Sebastiano. A lui è intitolato il premio di poesia che si svolge a Berchidda in questa ricorrenza.
Giangiorgio Casu, nato nel 1899 da una famiglia di proprietari terrieri, partecipò come volontario, a soli 18 anni, alla prima guerra mondiale. Al ritorno in Sardegna, ripresi gli studi, si dedicò all’organizzazione di gruppi di ex combattenti e contribuì alla fondazione del Partito Sardo d’Azione. Dal 1946 al 1948 fu consultore del Commissario Pinna, impegnato nella riorganizzazione amministrativa ed economica della Sardegna del dopoguerra. Nominato assessore all’Agricoltura nella prima giunta regionale (1949), poté mettere a frutto l’esperienza che aveva maturato nel settore. Il collega Efisio Corrias ne seppe apprezzare «il silenzioso coraggio nell’affrontare ogni situazione e nel portare sempre la sua parola serena e rispettosa, ma anche permeata di una salda decisione maturata nella vita vissuta nella sua Berchidda». Avviò la sperimentazione delle foraggere autunno- invernali, che prevedevano la semina a ottobre di una miscela di avena, veccia nera e trifoglio; durante l’inverno continuava il pascolo, mentre a marzo iniziava il periodo di rispetto fino a maggio, quando si falciava un ottimo foraggio. Nel campo dell’aratura introdusse l’uso delle polche, sistema per un migliore convogliamento delle acque di irrigazione. Fu consigliere regionale per sedici anni; due volte assessore all’Agricoltura; quindi presidente della relativa Commissione consiliare. Si distinse per equilibrio, competenza tecnica, correttezza morale. È scomparso nel 1992, a 93 anni.
Nato nel 1961, Paolo Fresu iniziò lo studio della tromba a 11 anni, nella banda del paese; frequentò poi il Conservatorio a Cagliari dove si diplomò nel 1984, anno in cui venne premiato come nuovo talento del jazz italiano. Da quel momento non si è più fermato, mietendo un successo dopo l’altro e collaborando con artisti e musicisti di tutto il mondo. È rimasto sempre un trombettista, ma la sua attività abbraccia anche altri campi. Interviene a dibattiti e convegni nazionali e internazionali e si dedica alla scrittura: nel 2009 ha dato alle stampe la storia della sua vita, Musica dentro. Sempre orgoglioso delle sue radici, ha dichiarato: «È la campagna di Berchidda ad avermi forgiato, ancor prima della musica. La sua lingua ad avermi suggerito valori e tradizioni che solo successivamente ho potuto traslare in suoni e in emozioni». Nel 1988 ha fondato il festival “Time in Jazz”, di cui è direttore artistico, il più famoso tra i festival che si svolgono in Sardegna e grazie al quale il nome di Berchidda è conosciuto nel mondo.
Il paese si è sempre distinto anche in campo letterario. Attualmente riscuotono importanti consensi Antonietta Langiu, Gabriella Orgolesu e Antonio Rossi.

Le feste, le ricorrenze, il costume tradizionale

Santi di paese e di campagna
Il primo e il 2 settembre si svolge la festa popolare dei patroni Sebastiano e Lucia. In questi giorni la piazza diventa un vero e proprio teatro all’aperto e la banda del paese scandisce il tempo alle processioni che si snodano per le vie tortuose del centro storico. Questi festeggiamenti sono attestati sin dal tardo Settecento.
Momenti importanti sono costituiti anche dalle feste campestri di San Marco, il 25 aprile, San Michele, a metà maggio, e Santa Caterina, il primo sabato di giugno, che rappresentano, accanto all’aspetto religioso, vere e proprie sagre aperte a tutti, durante le quali si può gustare, nel corso di grandi pranzi all’aperto, il piatto tipico della cucina berchiddese, sa suppa. Queste chiese di campagna, tutte restaurate di recente, sono anche teatro di concerti durante la Rassegna jazz. Di particolare importanza, pochi passi a oriente dalla chiesa di Santa Caterina, sorge la chiesa di Sant’Andrea, di recente restaurata, risalente al 1600 e forse sede nel medioevo di un convento benedettino. Tra i pochi elementi della struttura originale si è conservato l’architrave in trachite rossa della porta centrale.
Le ricorrenze
Il 20 gennaio, a San Sebastiano, si svolge ogni due anni il premio letterario di poesia in lingua sarda intitolato a Pietro Casu. La manifestazione è organizzata dall’Associazione omonima col patrocinio del Comune.
Per gli appassionati dei motori e non solo, in tarda primavera si svolge il Rally dei Nuraghi e del Vermentino, evento sportivo che mira alla promozione e valorizzazione del territorio e delle sue eccellenze, in particolare del Vermentino di Gallura. Un forte richiamo per gli appassionati di musica è rappresentato dalla rassegna “Time in Jazz”, nata nel 1988 e fortemente voluta dal suo direttore artistico Paolo Fresu. Ogni anno tra il 10 e il 16 agosto il paese indossa un abito completamente diverso: la piazza principale si trasforma in un grande teatro e le strade si animano di voci, colori e suoni inusuali che segnano le ore in attesa dei concerti notturni che vedono protagonisti insieme a Fresu musicisti provenienti da tutto il mondo.
L’orgoglio del gruppo folk “Santa Lughia” «Essendo Berchidda posta quasi ad egual distanza dalla Gallura e dal capoluogo del circondario, i costumi dei suoi abitanti sono una mistura di quelli dei galluresi e di quelli degli ozieresi»: con queste parole Pietro Casu accenna all’abbigliamento tradizionale del paese in un manoscritto del 1894 riscoperto da Giuseppe Soddu. Grazie anche a questi spunti è stato possibile fare una ricerca che ha portato alla luce diversi indumenti femminili, risalenti alla seconda metà dell’Ottocento, e un intero costume maschile, il cui ricordo si era quasi perso.

Tra gli elementi originali ancora oggi conservati, diversi bustini in broccato a fiorami dorati con bordi in velluto nero e passamaneria anch’essa dorata.
Di valido aiuto è stata anche una gigantografia di proprietà della famiglia Dalmasso-Grixoni, residente a Cagliari, che dà indicazioni precise sulla gonna.
L’abbigliamento femminile, molto sobrio, era caratterizzato da una camicia bianca plissettata e finemente ricamata sul petto, sulla quale poggiava il corpetto (imbustu) di broccato a fiorami dorati e passamaneria dello stesso colore, composto da due parti simmetriche unite da una fettuccia rossa e allacciato sul davanti con un nastro intrecciato dello stesso colore (cordonera). Sul corpetto si indossava un giubbino (giuppone) piuttosto largo sulle spalle e stretto in vita e sulle maniche, in modo da seguire la linea del corpo. La gonna, in panno nero, interamente pieghettata (affaltizzada), era accompagnata sul davanti da un grembiule, generalmente violaceo. Sul capo un fazzoletto in tinta col giubbino, preferibilmente di seta con frange, sul quale spiccava un piccolo scialle (isciallittu) color vinaccia. Non era diffusa – a parte qualche persona anziana – l’usanza di coprire il capo (cuguddare) con una gonna esterna (bunnedda de cavaccare) come in altri paesi. Per quanto concerne altri particolari Pietro Casu scriveva: «Coprono i piedi con stivalini comprati altrove, non essendo i nostri calzolai atti a far scarpe da donne… Le nostre femmine non s’ornano di braccialetti o di collane e di orologio con lunghe catene come le continentali, ma sono vaghe degli orecchini d’oro, grandi, che sono nascosti sotto i fazzoletti, delle brosce (spille) che s’affiggono nei giuppones, e degli anelli d’oro». L’abito maschile era simile a quello tipico sardo: da segnalare il corpetto di velluto grigio o rosso, a doppio petto (mesu belludu), con bottoncini rivestiti con lo stesso tessuto sul davanti (cosse). Il retro era di tessuto marrone liscio. Nell’Ottocento chi se lo poteva permettere sostituiva il corpetto in velluto con uno in cuoio (coeru ante). L’insieme delle componenti del gonnellino nero (ragas) era in orbace, completato da una striscia dello stesso materiale che passava tra le gambe. Risaltava un unico accessorio, la cintura (chintorza) in pelle marrone. Completavano il costume una sorta di larghi pantaloni (camberas) raccolti da ghette d’orbace allacciate, nei costumi più raffinati, con ganci. Il copricapo (berritta), nero, lungo circa un metro, si lasciava per lo più ricadere sulla schiena. Oggi i componenti del Gruppo folk “Santa Lughia” indossano il costume interamente ricostruito.

La gastronomia

Tra le ragioni che portano il visitatore a Berchidda c’è la possibilità di godere di un’esperienza gastronomica originale, fondata su ricette trasmesse oralmente, che hanno conservato il sapore genuino di un tempo. La regina della cucina berchiddese è la zuppa (suppa) ottenuta dalle spianate tostate, poi immerse nel brodo di pecora aromatizzato con sedano e cipolla, e condite con sugo di pomodoro arricchito da pezzetti di carne, abbondante pecorino grattugiato, formaggio fresco e prezzemolo tritato. Nel 2012 l’Accademia italiana della Cucina lo ha riconosciuto come il piatto tipico di questo comune.
Da segnalare anche i raviolos, ravioli composti di pasta lavorata con lo strutto e del ripieno di carne, preferibilmente di cinghiale, condita con pomodoro e spezie, e fritti in padella; i maccarones furriados, linguine tagliate a pezzetti, cotte in acqua e sale e condite con formaggio fresco fuso e rese dolci con miele o abbattu (idromele). Gustosi i salumi e i formaggi locali sia ovini che vaccini. Altra specialità sono sas laldadinas, fagottini di pasta ripieni di lardo freschissimo e cipolle, cotti in forno e gustati ben caldi.
Accanto a queste pietanze non mancano i dolci tipici sardi: tilicas, casadinas, seadas, brungiolos, copuletas. Tutti cibi accompagnati dai vini della Cantina Giogantinu e delle cantine private, oltre quelli che ancora oggi si producono a casa secondo tecniche tradizionali.

Piccola antologia

Giorgia
C’è tra le nostre montagne un’altura che si chiama Giolzia, e c’è su quell’altura l’impronta di una pagina di storia: i resti di una roccaforte che risale al periodo medioevale. Perché questo nome? I documenti medioevali ci hanno tramandato notizie a volte incerte, ma sempre interessanti, su una figura femminile che rompeva i canoni classici, assumendo via via fisionomia di una vera e propria donna di stato, imprenditrice, guerriera. Si tratta di Giorgia, ossia Giolzia, nome – tra l’altro – assai diffuso nelle genealogie giudicali, e che compare nelle cronache tra X e XI secolo, alla nascita dei giudicati. Era una principessa, sorella di Comita, primo giudice di Torres. Il Condaghe di San Gavino, il racconto della fondazione della basilica turritana, riporta su di lei notizie che trovano riscontro nella tradizione popolare del Logudoro e nelle leggende, fondate tuttavia, con grande probabilità, su concrete basi storiche: «Una forte femina, qui issa curriat mandras et recogliat sas dadas et icusta fetit sa Corte de sa villa de Ardu et fetit su casteddu de Ardar, et fetit ad Santa Maria de Ardar… et standu malaydu cussu iudike Comida, donna Iorgia, sorre sua, fetit guerra ad iudighe Baldu de Gallura tantu qui lu vinsit in campu et vatussitilu tentu a su diti iudighe de Gallura in fina ad su casteddu de Ardar».
Una principessa, dunque, che si occupò dei beni della famiglia, persino nelle mansioni più umili, come il controllo e la cura delle greggi, che affidò a pastori esperti che conducevano il bestiame in pascoli diversi, a seconda delle stagioni. A primavera fissava il tempo della tosatura e la lana, depositata nei magazzini dei villaggi, veniva poi consegnata alle donne, espertissime nella filatura e nelle tessitura. Si interessava personalmente della raccolta dei gettiti fiscali del regno; utilizzava i proventi per modernizzare le strutture civili, abbellendo e rafforzando edifici pubblici come la chiesa di Santa Maria del Regno e il castello ad Ardara. Si distinse anche in azioni militari che la videro guidare le truppe logudoresi contro quelle galluresi; catturato Ubaldo, il condottiero di Gallura, lo condusse prigioniero ad Ardara. Secondo la leggenda amava spostarsi cavalcando abilmente per tutto il territorio; alle spalle di Berchidda edificò la fortezza di cui rimangono le tracce e dalla quale si controlla tutta la pianura dominata, in lontananza, dal Monte Acuto.
La Cronaca di Berchidda
Si tratta di un prezioso documento, 166 pagine di grande formato sulle quali un erudito della seconda metà dell’Ottocento, probabilmente l’amministratore dei beni parrocchiali Santinu Fresu Casu, fece il resoconto delle origini e dei fatti più importanti della vita del paese. Accanto a notizie che hanno validità storica trovano spazio altre a sfondo leggendario. Più precise le osservazioni sui fatti della metà dell’Ottocento. Il racconto è scritto in uno schietto linguaggio logudorese, nella variante berchiddese, del quale non si conoscono altri esempi narrativi di questa portata. È stata pubblicata da Giuseppe Meloni nel volume Vita quotidiana a Berchidda tra ’700 e ’800. Trascrizione e commento di una cronaca logudorese inedita, Sassari, 2004.
Piazza del Popolo
Dal 1995 si pubblica a Berchidda un bimestrale di cultura e informazione. Tutta la produzione (oltre 100 numeri) può essere consultata nel sito www.quiberchidda.it.

L’itinerari

Casteddu
Chi percorre la Strada Statale 597 non può ignorare il suggestivo picco del Monte Acuto sul quale nel medioevo fu costruito l’omonimo castello, di cui poco oggi rimane. La zona merita l’attenzione dei visitatori non solo per l’importanza archeologica e storica ma anche per il fascino naturalistico. Per raggiungerla dal paese si segue la via Pietro Casu, si prosegue sulla strada che porta al lago Coghinas e poi si prende il bivio per Fioridas; dopo circa 1 km, a destra, si percorre a piedi un breve sentiero sino ad una tanca dominata da un grosso masso granitico denominato Sa Pedra Iscritta, “la pietra scritta” perché presenta 36 strane forme geometriche che sono state oggetto di studio. Gli esperti pensano che la roccia fosse utilizzata in periodo nuragico per cerimonie religiose perché negli incavi sono stati trovati frammenti di un’anfora votiva e a pochi metri esiste un pozzo (forse un pozzo sacro) ricoperto da un grosso cespuglio nel quale sono stati trovati cocci probabilmente nuragici. Secondo un’altra ipotesi potrebbe essere una carta topografica dove i segni geometrici rappresenterebbero i limiti tra le proprietà. Nella stessa area sono presenti tafoni, piccole grotte naturali, un pavimento in pietra, s’impedradu destinato a s’alzola, l’aia utilizzata per la trebbiatura del grano e dell’orzo: tutti segni della presenza umana sin dall’antico passato. Lungo il percorso verso i ruderi del castello si erge un maestoso dolmen e a breve distanza un menhir. Tutto intorno macchie di rovo, corbezzolo e lentisco si alternano a rocce granitiche formando una fitta volta verde dove la luce non penetra che a sprazzi lasciando intravedere i resti delle cinte murarie del castello che si spingono fino alla cima del colle. Il luogo, aspro ma bellissimo, si erge sulla pianura bagnata dal fiume Silvani e abbraccia un ampio territorio che prende il suo nome: il Monte Acuto. Della fortificazione, un tempo sicuramente imponente, oggi rimane pochissimo: una cisterna all’interno della quale si legge ancora “Año 1635”, data riferita alla dominazione spagnola, e tracce di altri ambienti. Il castello fu edificato probabilmente nel secolo XI su fortificazioni precedenti preistoriche, romane e del primo periodo medioevale; fu utilizzato dai giudici di Torres come difesa del territorio nei confronti del confinante giudicato di Gallura e per il controllo dei transiti di uomini e merci nella sottostante pianura. A partire dalla seconda metà del XIII secolo fece parte dei possedimenti pisani, genovesi, arborensi, catalani. Fu residenza, seppur breve, della giudicessa Adelasia di Torres, di esponenti della nobiltà logudorese e di ecclesiastici. Fu abbandonato, come altre fortezze, quando la Sardegna fu pacificata e unificata sotto la dominazione catalana.

Su Pisciale
All’ingresso del paese si imbocca la Provinciale per Calangianus e si prosegue sino alla località Terramala, distante circa 8 km. Per giungere sul sito si percorre una carrareccia che costeggia il fiume e attraversa una proprietà privata il cui cancello non sempre è aperto. Il corso d’acqua che da Punta Bandiera scende attraverso un’aspra valle verso la pianura è nominato Riu Carraccana. Si incunea nello stretto fondovalle fra Mont’Alvu e Monte Nieddu e giunge alla regione Alinedu da cui prende il nome nel suo tratto inferiore. Il torrente forma diversi salti, il più spettacolare dei quali è quello di Su Pisciale, di oltre 20 metri. Il nome appare piuttosto improprio di fronte al fascino della cascata, che suscita suggestive emozioni. È questo un luogo intensamente selvaggio, isolato e solitario, ma pulsante di vita data dall’acqua che, in primavera (è questo il momento migliore per l’escursione), cade spumeggiante da una parete ricoperta da muschi e licheni sino a perdersi in una trasparente piscina. Il territorio, impervio, ricco di vegetazione e di rocce granitiche, era anticamente abitato dai Balari, la bellicosa popolazione che aveva fronteggiato con balentia l’esercito romano. Non lontano, su un’altura presso Terramala denominata S’Iscala Serrada, si possono ammirare ancora oggi i resti della muraglia megalitica che divideva la pianura dalla montagna, le popolazioni romanizzare da quelle indigene. La fortificazione è nota come Su Casteddu.

 

 

Il seguente interessante e valido documento è stato realizzato nell'anno scolastico 1996 - 1997 dai ragazzi della III^ A della scuola media Pietro Casu di Berchidda, con la supervisione e il coordinamento della Prof. Maddalena Corrias. Il Servizio Cultura del Comune di Berchidda con la collaborazione dell'Operatrice Bibliotecaria ha ritenuto opportuno pubblicare e segnalare questo materiale , tramite il sito istituzionale a quanti visitatori e non sono interessati al patrimonio storico, artistico e culturale del nostro paese.

ITINERARIO ROSSO (Abialzos, Santa Caterina, Sant'Andrea, Su adu 'e su juru).

monteacuto

Abialzos è una bellissima zona nuragica ad oriente del nostro paese; ci si arriva imboccando la strada provinciale per Calangianus. Nell'antichità questa zona era abitata dai Balari, popolo fiero e bellicoso che diede del filo da torcere anche ai potentissimi conquistatori romani. Intorno al colle si ergono grossi massi granitici tra i quali si possono osservare numerosi tafoni, anfratti naturali in genere di granito chiusi da muretti a secco di varia altezza. Questi, in periodo nuragico erano usati sia come sepoltura collettiva che individuale; i morti venivano sepolti o direttamente o dopo scarnificazione. Gli uomini che utilizzavano questi tafoni erano di razza euro - africana. Salendo verso la cima ci si può soffermare ad ammirare i dolmen, tombe risalenti al periodo prenuragico; le più semplici sono formate da tre pietre conficcate a coltello nel terreno e da una che funge da copertura. Questi monumenti sono diffusi in tutto il bacino del mediterraneo e servivano non soltanto per un defunto, ma anche, con rito secondario (cioè dopo la scarnificazione del cadavere) per intere famiglie. Il portello presente sulla pietra frontale si pensa fosse il mezzo che permetteva ai defunti di comunicare con le divinità. Nessun dolmen del nostro territorio ha questa caratteristica. Continuando l'ascesa si raggiunge la vetta dove si possono osservare i ruderi di una costruzione megalitica di tipo nuragico. In lontananza si possono vedere Monte Acuto, Giolzia, il Monte degli Scheletri e, nella parte opposta, ad est, il monte Pedriscalas dove si trovano i resti di un'antichissima costruzione non ancora studiata. Al centro di una piccola valle, tra il verde dei lentischi e dei lecci si ergono le chiese campestri di Santa Caterina e Sant'Andrea. Quest' ultima risalente al 1660 e costruita quindi sotto dominazione spagnola è stata recentemente restaurata. La chiesa fu edificata nell'anno 1611, il tetto nell'anno 1635, le porte nell'anno 16 (....) Vicino alla chiesa, in località denominata Su adu 'e su juru, nascosti tra lecci e querce secolari, si trovano due dolmen: il primo è una tomba conservata perfettamente e circondata da grandi massi granitici. La parete destra è formata da due massi irregolari infissi a terra a coltello. Il lastrone che funge da copertura ha una forma tondeggiante ed è poggiato su tutti e tre i lati. Il secondo dolmen è una tomba scoperchiata di forma rettangolare formata da tre massi. La testata presenta una forma cilindrica. In tutto il territorio circostante si possono ammirare numerosi tafoni di granito chiusi da muretti a secco perfettamente conservati.

ITINERARIO GIALLO (Casteddu).

vitigno

Dalla strada che porta al lago Coghinas si prende il bivio per Fioridas; dopo aver percorso circa un Km si imbocca un piccolo sentiero, a destra e lo si percorre a piedi per 500 m. sino ad entrare nella tenuta di Pietrino Crasta. Proprio in questa tanca durante i lavori di aratura è stata trovata una roccia molto importante; è un masso granitico chiamato dai proprietari del luogo Sa pedra iscritta, perché presenta segni artificiali. Su di essa sono state formulate due ipotesi: 1)può essere una pietra sacra perché vicino sono stati trovati frammenti di un 'anforetta votiva; 2) può essere una carta della zona; i segni tracciati indicherebbero i limiti dei vari possedimenti. Proseguendo l'ascesa, alla nostra sinistra, a circa 150m dal roccione, si può osservare un pavimento in pietra, s'impedradu , è un'aia o alzola,utilizzata un tempo per la trebbiatura dell'orzo e del grano;ciò testimonia che tutto il territorio è stato abitato in epoche lontane da civiltà che praticavano l'agricoltura. Più avanti si possono ammirare grotte, piccoli anfratti naturali e protetti da muretti a secco: i tafoni usati come abitazioni o come sepoltura. In tutti ci sono tracce di una civiltà lontana: anse di vasi in terracotta, pezzi di macine, cocci di vario genere e schegge di ossidiana. Continuando la salita verso le mura del castello, nascosto fra cisti, lecci e lentischi si erge un maestoso dolmen. La tomba è formata da tre massi granitici conficcati nel terreno e da uno che funge da copertura. Quest'ultimo è stato spezzato in due forse da un fulmine. Durante gli scavi del 1994 sono stati trovati: cocci, ossa e la metà di un piatto di terracotta con incisioni della cultura di S. Michele di Ozieri. La tomba è esposta a sud-ovest. A breve distanza c'è un bellissimo menhir, pietra legata alle funzioni religiose della civiltà nuragica e diffuse in tutta l'area del mediterraneo. Dopo una lunga salita si possono ammirare i resti delle cinte murarie del castello, cinte megalitiche di cui alcune di origine nuragica. Il posto conserva ancora una grande bellezza e si erge su una vasta pianura bagnata dal fiume Silvani e un tempo attraversata dalla strada romana che collegava Olbia con Cagliari, Porto Torres e Tempio. Il Castello di Monte Acuto fu edificato, probabilmente nell'XI sec. Utilizzando le strutture dei periodi precedenti: quelle preistoriche, romane o quelle del primo periodo medioevale. Attraverso la lettura di decine di documenti che ci sono pervenuti, sappiamo che la fortificazione fu utilizzata come difesa del territorio dai giudici di Torres nei confronti del confinante giudicato di Gallura. Nella seconda metà del XIII sec. Fece parte dei possedimenti pisani, arborensi, genovesi ed infine catalani. Dovevano fa parte del castello alcuni ambienti ospitali. Vi risiedette la regina Adelasia, diversi esponenti della nobiltà logudorese e personaggi ecclesiastici. Un documento del 1355 fu scritto nell'aula del palazzo del Castello. Di tanti ambienti carichi di storia e di mistero rimane oggi solo la cisterna che costituiva la base della torre. Una scritta all'interno della cisterna (ano 1635) ci riporta al periodo della dominazione spagnola.

ITINERARIO VERDE (Monte Limbara)

Si esce dal paese dalla via Monte Acuto e si prende la strada che porta al Monte Limbara. Dopo aver percorso circa quattro chilometri s'imbocca il cancello del demanio forestale e si entra in un territorio di rara bellezza ricco di lecci, pini, querce, arbusti profumati, fonti e ruscelli. Se si è giunti in auto è preferibile lasciarla all'ingresso e proseguire a piedi per poter apprezzare profondamente tutto il fascino incontaminato del paesaggio coi suoi colori e i suoi profumi. Numerosi e facili da percorrere sono i sentieri e le strade che si aprono davanti ai visitatori: tutti offrono spettacoli suggestivi ed indimenticabili. Moltissime sono le specie di erbe medicinali ed aromatiche che crescono in questo ampio territorio abitato da cinghiali, martore, pernici, lepri, sparvieri, picchi, astori. Dopo una lunghissima assenza sono riapparse anche le aquile reali che i visitatori più fortunati possono ammirare in volo tra gli imponenti massi granitici modellati dal tempo. Il sito denominato Nunzia, presso S'Eritti offre uno spettacolo ormai consueto: cervi, daini e mufloni che vivono in un'area protetta di 60ha. È possibile ammirare questi esemplari al mattino e al pomeriggio quando si riuniscono per consumare i pasti. A pochi metri si trova un laghetto artificiale circondato da arbusti e fiori di diverse specie abilmente coltivati. Continuando sulla stessa strada possiamo scegliere diverse mete tutte di uguale bellezza e di notevole importanza naturalistica.

 

 



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